L’acquisizione gratuita degli abusi edilizi ex art. 31 d.P.R. 380/2001

La confisca amministrativa degli abusi edilizi è in vigore da oltre quarant’anni, ma le sue vere criticità si stanno profilando solamente in questi ultimi tempi.
Prevista originariamente dalla legge Bucalossi del 1977, otto anni più tardi questa misura confiscatoria è confluita nella legge 47/1985, che oggi ricordiamo principalmente perché introdusse il primo condono edilizio, ma che all’epoca segnò anche una riforma davvero epocale dell’urbanistica-edilizia nazionale.

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Nel decennio successivo, la confisca edilizia fu tradotta per ben due volte dinnanzi alla Consulta, che entrambe le volte la ritenne conforme al dettato costituzionale: sia all’art. 42 Cost. (perché non costituisce un’espropriazione per pubblica utilità), sia all’art. 3 Cost. (perché non si applica e non si può applicare al proprietario incolpevole). E con questo doppio placet la confisca è confluita nel testo unico dell’edilizia approvato con d.P.R. 380/2001, laddove oggi la ritroviamo all’art. 31.

 
Nel frattempo, però, nell’ambito del nostro ordinamento ha acquisito crescente importanza la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che tutela la proprietà (art. 1, Prot. Add. Conv. EDU) e vieta l’applicazione di sanzioni inique (art. 6 Conv. EDU) o comunque arbitrarie (art. 7 Conv. EDU).

 
Ora, sebbene non risulti che la nostra confisca amministrativa degli abusi edilizi sia mai stata sottoposta all’attenzione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, quest’ultima si è già occupata in più occasioni di un’altra confisca prevista dal testo unico dell’edilizia e segnatamente della confisca urbanistica penale, ossia della misura acquisitiva disposta dal giudice penale a fronte di una lottizzazione abusiva.

 
È noto, in particolare, il caso Sud Fondi, che ha coinvolto un complesso di fabbricati di enormi dimensioni realizzato sul lungomare di Bari. Tale gruppo di edifici (forse uno degli “ecomostri” più tristemente famosi) è stato successivamente acquisito alla mano pubblica e distrutto dall’autorità comunale, nonostante l’assoluzione degli imputati per assenza di dolo o colpa. Investita della questione, la Corte EDU ha accertato una gravissima violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, successivamente liquidando a favore dei privati (in mancanza di accordo fra le parti) una somma di ben 49 milioni di euro. Né si tratta di un episodio isolato, perché analoghe conclusioni sono state raggiunte, in seguito, anche in altre occasioni: tra tutti merita di essere ricordato soprattutto il caso Varvara, riguardante un vasto complesso immobiliare realizzato a Cassano delle Murge, acquisito alla mano pubblica nonostante la pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere e foriero di un’altra severa censura da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. E nell’estate del 2018 questo orientamento che si va consolidando è stato confermato con l’accoglimento di tre ulteriori ricorsi da parte della Corte di Strasburgo nella sua composizione più autorevole (la Grande Camera).
Ora, la giurisprudenza amministrativa più sensibile ha già riconosciuto che la nostra confisca edilizia è istituto assai vicino alla confisca urbanistica già esaminata dalla Corte EDU, cosicché la giurisprudenza di quest’ultima si può estendere, per analogia, anche alla prima. Se questo è vero, il primo dovere dell’interprete (sia esso un pubblico funzionario, un tecnico, un avvocato o un giudice) è applicare l’istituto in modo conforme alla Convenzione EDU ed alla giurisprudenza della Corte, così da prevenire eventuali condanne a carico dell’Italia, nonché la rimessione dell’istituto alla Consulta per violazione della Convenzione e dell’art. 117 Cost..

 
Eppure, fino ad oggi, la prassi amministrativa e giurisprudenziale si è curata ben poco di allineare l’istituto della confisca alla Convenzione EDU ed alla giurisprudenza di Strasburgo: il nutrito contenzioso amministrativo si risolve spesso nell’applicazione di massime enunciate nel vigore della legge sul primo condono o addirittura della legge Bucalossi, senza curarsi né delle sopravvenute modifiche normative, né tantomeno della più recente giurisprudenza della Corte EDU. Al giorno d’oggi, però, di queste novità della normativa nazionale e soprattutto della giurisprudenza sovranazionale si deve necessariamente conto ed anzi la compatibilità con la Convenzione e con la giurisprudenza della Corte EDU costituisce la chiave di lettura dell’istituto.

 
L’analisi della confisca edilizia deve essere dunque condotta con spirito particolarmente critico, analizzando approfonditamente la casistica giurisprudenziale, ma senza mancare di censurarla laddove imposto dalla Convenzione EDU e dall’applicazione che ne fa la Corte di Strasburgo.

 
Questo vale anzitutto per i presupposti della confisca. Tra essi spicca l’ordinanza di demolizione, che costituisce ad un tempo un provvedimento impugnabile e la comunicazione di avvio del procedimento confiscatorio: ciò dovrebbe riservare una particolare attenzione a questo atto amministrativo di delicatissima importanza, mentre invece la giurisprudenza si ostina spesso ad affermare principi tutt’altro che condivisibili e sicuramente incompatibili con la recente giurisprudenza della Corte EDU.

 
Nell’ambito della fase istruttoria, i principali dubbi di compatibilità con le fonti sovranazionali riguardano le istanze che l’interessato può indirizzare all’autorità procedente e soprattutto la rilevanza di una sua eventuale dichiarazione (e dimostrazione) di non colpevolezza. L’impossibilità di sanzionare il proprietario incolpevole, invero, è stata già attestata nel 1991 dalla nostra Corte costituzionale, ma l’analisi della casistica giurisprudenziale dimostra l’emersione di casi notevolmente problematici, nei quali si rischia di sanzionare il proprietario non colpevole, con grave lesione non solo della Convenzione EDU ma anche della nostra Costituzione.

 
Con riguardo al provvedimento di confisca ed ai relativi effetti, al giorno d’oggi è assai difficile accettare che l’oggetto dell’acquisizione, che la legge impone di identificare direttamente nell’ordinanza di demolizione, secondo certa giurisprudenza possa rimanere vago non solo in quell’ordinanza ma persino nel provvedimento acquisitivo. E questo è solo uno dei punti critici del provvedimento di confisca, che costituisce il momento culminante dell’intero procedimento e che dunque si espone più di ogni altro profilo a fondati dubbi di compatibilità con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e con la giurisprudenza della Corte EDU.

 
Non mancano, infine, numerosi aspetti problematici nell’ambito della fase esecutiva della confisca, ivi inclusi i parametri che devono guidare l’amministrazione nella scelta fra demolire e conservare il bene, nonché la delicata questione del coordinamento fra l’azione repressiva amministrativa e quella penale.

 
Tutte questa criticità sono analizzate, nell’opera dedicata alla confisca edilizia, alla luce della chiave di lettura costituita dalla Convenzione EDU e dalla giurisprudenza della Corte, arricchendo l’analisi con vastissima casistica giurisprudenziale e con un formulario tecnico-operativo illustrativo, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo di dare al nostro istituto un’applicazione compatibile con le fonti sovranazionali: soltanto in questo modo è possibile evitare che la Repubblica si esponga a pesanti sanzioni da parte della Corte di Strasburgo e che ciò determini la fine dell’istituto della confisca edilizia, che è nato con le migliori intenzioni e che per decenni ha dato buona prova di sé, ma che oggi è tenuto anch’esso (come ogni istituto del nostro ordinamento) a rimanere costantemente al passo coi tempi.

Marco Antoniol – LA CONFISCA EDILIZIA: L’acquisizione gratuita degli abusi edilizi ex art. 31 d.P.R. 380/2001 – Exeo Edizioni luglio 2018

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L’istituto della diffida ad adempiere

L’istituto della diffida ad adempiere è di frequente utilizzato dalle parti contraenti in quanto più rapido e meno costoso della definizione giudiziale di una vertenza.

Si è posta la recente questione relativa alla possibilità, per il contraente non inadempiente, di rinunciare all’effetto risolutorio della diffida ad adempiere, decorso inutilmente il termine di cui all’art. 1454 c.c. fissato nella stessa.

Sul punto non vi è una posizione unanime.

Taluni, nonostante il tenore letterale dell’art. 1454 c.c., ritengono che l’effetto risolutorio sia rinunciabile. Si è infatti affermato che la diffida ad adempiere costituisce una facoltà per il contraente non inadempiente: dopo l’inutile decorso del termine fissato, chi l’ha intimata ha facoltà di rinunciare al suo effetto. Inoltre, la diffida ad adempiere ha natura di negozio giuridico: pertanto, non può produrre effetti contro ed oltre  la volontà del suo autore. Secondo altri non è invece ammissibile la rinuncia all’effetto risolutorio da parte del contraente non inadempiente, in quanto tale effetto è sottratto per evidente volontà della legge alla libera disponibilità del contraente stesso.

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La posizione prevalente ritiene invece che l’intimante non possa, essendosi la risoluzione verificata automaticamente, rinunciare ad essa cancellandone gli effetti né mediante revoca della stessa né mediante intimazione di nuova diffida né con il ricorso ad altri mezzi di tutela. Ciò in quanto, anche sulla base del tenore letterale dell’art. 1454 c.c., la risoluzione opera senza necessità di un intervento del giudice. A tal proposito, si è tra l’altro sottolineata la necessità di tutelare il debitore, che ha un interesse alla certezza della propria posizione ed un affidamento rispetto all’impossibilità di essere chiamato ad adempiere dopo l’infruttuoso decorso del termine.

Altra tematica recentemente emersa a proposito dell’istituto è il numero di giorni da assegnare nella’atto di diffida: non sempre i quindici giorni di cui all’art. 1454 c.c. sono sufficienti per adempiere.

Si ritiene infatti in via prevalente che nella diffida ad adempiere si possono assegnare termini inferiori rispetto a quello indicato nel codice civile, purché essi siano congrui rispetto alla tipologia delle attività da compiersi nel lasso di tempo concesso.

Vi sono infatti ipotesi in cui si può imporre anche un termine inferiore. Ciò può succedere quando il termine inferiore sia ritenuto dal giudice congruo in base alla natura del contratto e agli usi. Bisogna infatti guardare alla prestazione richiesta al debitore e verificare se essa possa essere eseguita, ragionevolmente, in meno di quindici giorni, sulla base anche degli usi in vigore per quel particolare contratto.

Altro aspetto costantemente valorizzato per l’applicazione dell’istituto in esame è quello della valutazione dell’inadempimento del debitore.

Per evitare che il creditore possa sfruttare strumentalmente questo istituto anche in caso di insignificanti inadempimenti della controparte, è necessario che l’inadempimento contestato sia grave alla luce della complessiva economia del contratto.

Qualora la controparte contesti la risoluzione automatica del contratto, il giudice dovrà valutare che l’inadempimento per il quale è stata inviata la diffida ad adempiere non sia di scarsa importanza. Deve inoltre verificare che l’inadempimento sia dovuto a una responsabilità del debitore e non a cause indipendenti alla sua sfera. Ai fini dell’accertamento della risolu­zione di diritto, conseguente a diffida ad adempie­re senza esito, intimata dalla parte adempiente, il giudice è tenuto a valutare la sus­sistenza degli estremi, soggettivi e oggettivi, dell’inadempimento; dovrà verificare sotto il profilo oggettivo che l’inadempimento sia non di scarsa importanza, alla stregua del criterio indicato dall’art. 1455 c.c., e, sotto il profilo sog­gettivo, l’operatività della presunzione di respon­sabilità del debitore inadempiente fissata dall’art. 1218 c.c., la quale, pur dettata in riferimento alla responsabilità per il risarcimento del danno, rappresenta un principio di carattere generale.

Il tema dell’inadempimento inevitabilmente si innesta con quello più generale e sempre attuale del  principio della buo­na fede oggettiva, cioè della reciproca lealtà di condotta, che deve presiedere all’esecuzione del con­tratto, così come alla sua formazione ed alla sua interpretazione e, in definitiva, accompagnarlo in ogni sua fase. Pertanto, l’apprezzamento della slealtà del comportamento della parte che invochi la risoluzione del contratto per inadempimento si ripercuote sulla valutazione della gravità dell’ina­dempimento stesso, nel caso in cui tale soggetto abusi del suo diritto potendo comunque realizzare il suo interesse senza ricorrere al mezzo estremo dell’ablazione del vincolo.

 

Patrizia Barchi – La diffida ad adempiere, sciogliersi dal contratto senza ricorrere al giudice – Exeo edizioni maggio 2018

I diritti fondamentali su internet: libertà di espressione, privacy e copyright

Internet è un potente strumento di globalizzazione giuridica. Attraverso le decisioni dei giudici, ci si può rendere conto come le soluzioni giuridiche adottate in un certo ordinamento possano influenzare altri sistemi legali, spesso superando la differenza tra ordinamenti di “civil law” e di “common law” che caratterizzano la comparazione giuridica. Il tema dell’effettività della protezione dei diritti umani risulta essere uno dei più sensibili in questo ambito, soprattutto alla luce degli strumenti che vengono tradizionalmente utilizzati a questo scopo, ovvero i trattati internazionali. A questo proposito viene analizzato lo spazio dedicato alla Rete sia in questo tipo di fonti giuridiche, sia nella disciplina dell’Unione Europea. Sotto questo specifico aspetto sono rilevanti: la tutela del consumatore, la protezione del diritto d’autore, il rispetto della privacy. Su quest’ultimo punto ci si focalizza sui più recenti sviluppi, come la giurisprudenza della Corte di Giustizia, l’approvazione del Regolamento UE 619/2016 e i disegni di legge in corso di approvazione durante la XVII Legislatura del Parlamento Italiano.

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Per quanto concerne l’approfondimento dedicato alla libertà di manifestazione del pensiero su Internet, ci si è concentrati sul cambiamento di paradigma avvenuto in attraverso l’esposizione di sé attraverso i social network, nonché l’uso strumentale che si sta facendo dei medesimi nelle campagne di opinione ovvero nella diffusione di circostanze non veritiere. In particolare ci si è concentrati sul rapporto tra stampa e Internet, blogging, censura, diritto all’anonimato.
In materia di tutela della riservatezza e della privacy, si è appronfondito il tema del diritto all’oblio, anche sui social network e sui motori di ricerca, passando attraverso l’uso di specifici servizi come Google Street View o i search engines. Altrettanta attenzione è stata dedicata ai problemi giuridici legati alla tracciabilità dell’Internet Protocol e alla data retention.
Relativamente alla proprietà intellettuale, il filo del discorso ha seguito la giurisprudenza comparata italiana, europea e statunitense, sia per le forme tradizionali di protezione, sia per quanto concerne formule maggiormente aperte e innovative, come le licenze Creative Commons, con una ottica specifica dedicata alla protezione dei consumatori.
Infine, si è dedicata particolare attenzione agli due aspetti maggiormente innovativi in tema, ovvero il dibattito giurisprudenziale sui sociali network e gli aspetti dell’economia condivisa attraverso l’uso di app. Sotto il primo profilo l’analisi verte soprattutto sui casi concreti di diffamazione, protezione del diritto all’immagine in relazione a fattispecie di sostituzione di persona e diritto di critica, divulgazione di immagini pedopornografiche, trattamento dei dati personali, tutela della privacy e diritto all’oblio, addebito della separazione e del divorzio, diritto del lavoro, concorrenza sleale e pubblicità ingannevole, diritto processuale (sia civile, sia penale), diritto amministrativo, raccolta di dati biometrici e protezione dei minori. Altresì è stato dato spazio a casi inerenti a Twitter, Instagram, Linkedin. Sotto il secondo profilo, l’approfondimento verte sullo sviluppo di app utilizzate in ambienti relativi all’economia condivisa, come Airbnb, Uber e le prospettive de jure condendo in materia. Ci si concentra altresì sull’utilizzo delle stampanti 3D in una prospettiva social attraverso l’affermarsi del c.d. “Digital Do-It-Yourself” che concerne la condivisione di idee e progetti di tecnologie, design e prodotti elaborati su scala artigianale.
In conclusione, questo testo si propone quale ambizioso strumento interpretativo delle evoluzioni di Internet e delle applicazioni ad essa collegate nel tentativo di anticipare quali siano i possibili futuri orientamenti, poiché la Rete stessa rimane sotto costante stress, sia per la velocità costante della sua trasformazione che la caratterizza, sia per i cambiamenti sociali e politici che la stanno coinvolgendo.

Elena Falletti, “I diritti fondamentali su internet” – Seconda edizione – Exeo Edizioni 2017

 

Il tema della pensione ai superstiti, con le più importanti pronunce giurisprudenziali e la tentata riforma del Governo Renzi.

Parlare di pensione, oggi, significa tirare in ballo lo spauracchio di molti italiani sin dal celeberrimo pianto dell’allora ministro Elsa Fornero del governo Monti. La pensione è il sostentamento di buona parte dei cittadini italiani, ciò perché l’Italia è un Paese sempre più longevo, con sempre più persone – di fatto – a completo carico delle finanze pubbliche. E non è un caso che le categorie più tartassate sotto il profilo dei tributi e degli orpelli siano proprio quelle dei pensionati e dei lavoratori.

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In un’epoca di crisi quale la nostra, con il debito pubblico ormai volato a oltre 12 cifre, le previsioni del PIL che oscillano (ma non sono quasi mai in rialzo, proprio qualche giorno fa si ventilava una ulteriore previsione al ribasso – da 1,4 a 0,8 – per il 2017), il bilancio pubblico mai in pari, spese pazze, privilegi più o meno legali, la finanza pubblica deve trovare il modo di recuperare parte delle sue uscite. E lo fa andando ad aumentare le tasse sulla pensione e i contributi sulla retribuzione.

 
Addentrandoci nell’argomento, se si cerca la voce «Pensione di reversibilità», compare la seguente definizione: «La pensione di reversibilità è la quota parte della pensione complessiva che spetta ad uno dei due coniugi al sopraggiungere della morte dell’altro».

 
Orbene, non è proprio così!
La pensione di reversibilità è infatti una prestazione economica e previdenziale, erogata su domanda dell’interessato, che non coinvolge il solo coniuge, bensì anche (ricorrendo determinati requisiti, tutti illustrati nell’art. 22 della legge n. 903/1965) i figli, gli ascendenti, i fratelli e le sorelle e i nipoti minorenni (anche in assenza di formale affidamento ai nonni).

 
Proprio in estate una sentenza della Corte Costituzionale n. 174/2016 ha cancellato le disposizioni «anti matrimoni di comodo» (d.l. n. 98/2011), in quanto si andava a «colpire» i matrimoni tra badanti e assistiti, con una sorta di sanzione proporzionale rispetto alla durata del matrimonio stesso e altresì con una presunzione assoluta di frode alla legge nei casi in cui la differenza di età fra i coniugi fosse superiore a venti anni, uno dei due coniuge avesse più di settant’anni e non vi fossero figli minori, studenti o inabili.
Era palese la violazione dell’art. 3 Cost. se si pensa che ad essere colpito da questa riduzione proporzionale (il 10% della quota spettante per ogni anno di matrimonio con il defunto mancante rispetto al numero di 10) fosse solo il coniuge più giovane.
Con questa sentenza si torna prepotentemente a parlare di pensione di reversibilità, in un periodo in cui l’argomento «pensione» è piuttosto caldo e dibattuto.

 
Infatti, proprio qualche mese fa, aveva fatto insorgere i sindacati ed alcuni esperti del settore la proposta del Governo Renzi (attraverso il c.d. «d.d.l. povertà») di ancorare la pensione di reversibilità alla Dichiarazione Sostitutiva Unica (in altre parole, all’ISEE), con un ampliamento spropositato dei redditi da tenere in considerazione per la liquidazione della quota spettante al superstite e un progressivo abbassamento della quota mensile in relazione ad un ISEE più elevato. È noto a tutti che tale riforma non abbia visto la luce, in quanto un emendamento dello stesso Ministro del Lavoro Poletti ha cancellato tale previsione.

 
Il saggio «La pensione ai superstiti. Il trattamento di reversibilità tra realtà e riforma» va proprio a sviscerare tutte queste questioni: a chi spetta la pensione? Chi è maggiormente tutelato? Quali sono le cause di cessazione dal beneficio? Gli Stati europei cosa prevedono in materia? E lo si fa con un’ampia analisi delle pronunce giurisprudenziali in materia, con un’ottica sempre più ancorata ai tempi che stiamo vivendo, di crisi e di progressivo ampliamento di quelli che sono i «dogmi» della tradizione, come, ad esempio, l’evoluzione del concetto di famiglia.

Monica Boschetti, «La pensione ai superstiti. Il trattamento di reversibilità tra realtà e riforme» – Exeo Edizioni novembre 2016

Europa e concessioni turistico-ricreative: dalle contestazioni alle soluzioni

L’Autore affronta un argomento al centro dell’attenzione non soltanto degli addetti ai lavori, ma anche di gran parte della collettività a seguito degli ampi spazi che, negli ultimi tempi, gli sono stati accordati dagli organi di informazione.
“Direttiva Bolkestein”, “evidenza pubblica”, “non discriminazione” con riferimento alle concessioni demaniali marittime sono termini ormai ben noti e che, in una semplificazione estrema, sono diventati gli spauracchi da combattere ad ogni costo ovvero i cardini dell’idealizzazione dei concetti di giustizia ed equità.

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Una situazione che risulta sintetizzata nel titolo dell’opera, con l’evidenziazione dell’esigenza di superare fasi conflittuali, o peggio ancora di stasi, per giungere alla formalizzazione di un quadro giuridico scevro di incertezze e che consenta un condiviso sviluppo del settore turistico ricreativo.
Nel testo si ripercorrono sistematicamente gli avvenimenti che hanno portato alla pronuncia della Corte di Giustizia Europea del 14 luglio 2016, con un metodo analitico che offre al lettore una chiara visione degli eventi, illustrando i motivi della crisi e i vari interventi tampone utilizzati per frenarne l’evoluzione e, nel contempo, formulando attente considerazioni sui differenti dispositivi introdotti, modificati o comunque ulteriormente necessari per disciplinare la complessa materia.
Con l’ideale punto di partenza costituito dai contenuti della citata sentenza, vengono ripercorsi ed analizzati gli eventi precedenti e successivi: dalle ordinanze dei Tribunali Amministrativi Regionali di Milano e Cagliari, alla relazione dell’Avvocatura Generale della C.G.E., dai contenuti della (vituperata) Bolkestein ai principi fondamentali del diritto dell’Unione Europea, dall’esame testuale delle norme vigenti in materia in Spagna e in Portogallo alle differenti posizioni assunte dalla Commissione.
Inoltre sono sottoposti ad attenta disamina sia il primo intervento normativo adottato dal legislatore italiano all’indomani della pronuncia della Corte, sia il preliminare testo della legge di delega al Governo per il riordino e riassetto della materia.
L’approccio del lavoro non è dogmatico: nel porre in evidenza le situazioni giuridiche in essere, le aspettative del settore, gli aspetti di ipotizzabile criticità e le tematiche meritevoli di ulteriore approfondimento, le soluzioni ritenute possibili sono tratteggiate e non tipicizzate.
Infatti, secondo l’Autore l’Europa non chiude le porte alla prosecuzione delle attività esistenti, ma demarca i termini ed indica il percorso da seguire per consentire tale possibilità in un quadro comunitariamente orientato di pubblicità, trasparenza, proporzionalità e giusto riconoscimento degli investimenti.
In sintesi, si tratta di un documento attuale, completo e di sicuro interesse non soltanto per le varie parti pubbliche e private coinvolte nella questione (dai concessionari agli amministratori locali, dai professionisti del diritto amministrativo ai funzionari degli enti concedenti), ma anche per tutti coloro che, senza essere esperti, intendano approfondire la materia basandosi su concreti dati di fatto.

 

Carlo Alberto Nebbia Colomba, “Europa e concessioni turistico-ricreative – dalle contestazioni alle soluzioni” – Exeo Edizioni ottobre 2016

Il libro “SCIA e DIA” giunge alla quarta edizione, per aiutare gli operatori ad orientarsi nelle pieghe delle semplificazioni degli ultimi anni

Sono passati ormai quasi sei anni dall’entrata in vigore del d.l. n. 78/2010, che ha introdotto nel nostro sistema l’istituto della segnalazione certificata di inizio attività, con l’obiettivo di semplificare gli adempimenti burocratici per cittadini e imprese.

Obiettivo che non può dirsi raggiunto, perché l’ambito applicativo del nuovo strumento di semplificazione non è ancora chiaro e le norme che demandavano al Governo il compito di emanare dei regolamenti con cui individuare le attività economiche sottoposte ad autorizzazione espressa e quelle assoggettate a regimi semplificati (art. 1, co. 3, d.l. n. 1/2012 e art. 12, co. 4, del d.l. n. 5/2012) sono state abrogate e sostituite da una delega legislativa che dà al Governo il medesimo compito, questa volta da assolvere mediante un atto atura legislativa (art. 5 della legge n. 124/2015).

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L’incertezza applicativa ha colpito anche il settore dell’edilizia, posto che è servita una norma di interpretazione autentica per chiarire l’applicabilità della s.c.i.a. anche in questo ambito (art. 5 del d.l. n. 70/2011) e che soltanto recentemente il legislatore è intervenuto sul Testo Unico dell’Edilizia allo scopo di coordinarne il contenuto con l’introduzione della s.c.i.a..

Intervento che, peraltro, si è rivelato maldestro, perché ha toccato anche norme che si riferiscono alla «super d.i.a.», che non è però stata sostituita dalla s.c.i.a. ed è rimasta in vigore.

Le cause del successo solo parziale della s.c.i.a. vanno inoltre rinvenute nei molteplici interventi correttivi che si sono succeduti successivamente alla sua introduzione, che non hanno fatto altro che amplificare il senso di disorientamento che prova l’operatore del settore che si approccia alla materia.

È per questo motivo che si è scelto di dedicare un’opera monografica agli istituti della s.c.i.a. e della d.i.a., fornendo al lettore delle coordinate ricostruttive che gli consentano di approcciarsi alla materia nel modo più semplice possibile.

Particolare attenzione è stata dedicata a tutte le categorie degli interventi, perché l’ambito di applicazione della s.c.i.a. è definito dal legislatore in via residuale, essendo sottoposti a tale regime semplificato tutte le opere che non richiedono il permesso di costruire e che non rientrano nemmeno tra gli interventi di attività edilizia libera.

Anche questa tematica è di estrema attualità, in considerazione delle recenti modifiche apportate alle categorie della ristrutturazione, della manutenzione straordinaria e del mutamento di destinazione d’uso.

Altre innovazioni importanti sono state apportate dal legislatore con la legge n. 124/2015, che ha ritoccato la disciplina dei poteri conformativi della P.A. sulla s.c.i.a. e ha definitivamente espunto ogni riferimento all’autotutela, che in passato aveva creato tanti problemi interpretativi.

Opportunamente il legislatore discorre ora di poteri di inibizione tardiva dell’attività, da esercitarsi nel rispetto dei presupposti previsti per l’annullamento d’ufficio: ne deriva che le novità introdotte dalla legge n. 124/2015 in quest’ultima materia, e in particolare la limitazione a diciotto mesi del termini per l’intervento in autotutela della P.A. troveranno applicazione anche alla s.c.i.a.

Tutte queste problematiche saranno sviluppate nel terzo capitolo dell’opera, in cui si analizzeranno I poteri della P.A. sulla s.c.i.a. e sulla d.i.a., la natura giuridica di questi strumenti di semplificazione, i profili procedimentali e il sistema sanzionatorio.

L’ultima parte del libro è dedicata alla tutela giurisdizionale, e si darà conto innanzitutto dell’innovativo orientamento giurisprudenziale che ammette che il denunciante/segnalante possa chiedere il risarcimento del danno alla P.A. anche nell’ipotesi in cui i poteri di autotutela sulla d.i.a./s.c.i.a. siano stati legittimamente esercitati.

Infine, verrà analizzata la problematica della tutela dei terzi, prendendo in esame il comma 6-ter dell’art. 19 della legge n. 241/1990, con il quale il legislatore ha predisposto degli strumenti di tutela  non pienamente satisfattivi degli interessi di coloro che intendono opporsi all’esecuzione delle opere, e le conseguenze delle novità introdotte dalla legge n. 124/2015 su questo profilo problematico. Saranno prese in esame, infine, anche le interpretazioni “correttive” dell’art. 10 della legge n. 241/1990 date dalla giurisprudenza, che, pur essendo apprezzabile per l’intento, finisce a volte con il trascendere la lettera della legge.

Fabio Doro, “SCIA e DIA” – Exeo Edizioni maggio 2016

Il contratto di apprendistato: disciplina aggiornata al D.Lgs. n. 81/2015

Il presente contributo analizza in maniera puntuale e dettagliata il contratto di apprendistato inteso come un contratto a causa mista in quanto al suo interno convivono un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e un rapporto di formazione che invece è a tempo determinato.

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Si tratta di una tipologia contrattuale fondamentale al fine di incentivare le politiche occupazionali all’interno del nostro paese. L’art. 41, comma 1, D.Lgs. 81/2015 lo definisce “un contratto di lavoro a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e alla occupazione dei giovani”.

Molteplici sono le leggi che si sono susseguite in materia e sul punto fondamentale è stato l’intervento normativo di cui al D.Lgs. 81/2015 che ha abrogato il Testo unico prevedendo tre diverse tipologie di apprendistato in particolare:

-Per la qualifica o per il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore e il certificato di specializzazione tecnica superiore. Siffatto contratto coniuga la formazione effettuata in azienda con l’istruzione e la formazione professionale svolta dalle istituzioni formative;
-Professionalizzane o di mestiere. Destinato ai giovani tra i 18 e i 29 anni e mira a far conseguire al giovane una qualificazione professionale.
-Di alta formazione e ricerca. Tale contratto è destinato a coloro che sono in possesso di diploma di istruzione secondaria superiore o di un diploma professionale conseguito nei percorsi di istruzione e formazione professionale e mira al conseguimento di titoli di studio universitari e della alta formazione compresi dottorati di ricerca.

Stante l’importanza della formazione all’interno del contratto di apprendistato l’autore si è soffermato sull’analisi del cosiddetto Piano Formativo individuale inteso come quel piano che definisce il percorso formativo dell’apprendista e che è contenuto, in forma sintetica, nel contratto definendo gli obiettivi e i contenuti del percorso di formazione che devono essere seguiti dal giovane lavoratore; e sulla figura del tutor prevista dalle norme di legge a cui spetta il compito di affiancare l’apprendista durante il periodo di apprendistato e di trasmettere le competenze necessarie affinché il giovane possa imparare e successivamente essere in grado di operare in autonomia all’interno dell’azienda.

Pertanto il datore di lavoro deve rispettare tutte le obbligazioni tipiche dei rapporto di lavoro subordinato e cioè pagare la retribuzione al lavoratore, rispettare la contrattazione collettiva e in più fornire la formazione necessaria al giovane, l’apprendista dal canto suo deve rispettare tutte le obbligazioni nascenti dal rapporto di lavoro nonché adempiere al percorso formativo.

L’autore ha inoltre analizzato il tema della somministrazione di apprendisti. Sul punto è necessario riportare quanto affermato dal Ministero del Lavoro: “Nel caso della somministrazione a tempo indeterminato è (…) possibile il ricorso al contratto di apprendistato (…) purchè le modalità di esecuzione del rapporto di lavoro consentano la realizzazione delle finalità di formazione”.

Con il D.lgs 81/2015 e il vigente CCNL per la categoria delle agenzie di somministrazione di lavoro, la possibilità per le Agenzie per il Lavoro di avviare lavoratori con apprendistato professionalizzante in somministrazione trova una compiuta regolamentazione.

Sulla base di quanto previsto in materia dal D. Lgs. n. 81/2015 l’apprendista viene assunto a tempo indeterminato dall’Agenzia per il lavoro mediante contratto di apprendistato professionalizzante in forma scritta.

Può essere apposto al momento dell’assunzione un patto di prova la cui durata non può essere superiore a quella prevista dal vigente CCNL, una particolarità è prevista con riferimento alla figura del tutor, infatti durante il periodo di apprendistato il lavoratore somministrato dovrà rapportarsi on due tutor, uno nominato dall’Agenzia per il lavoro ed uno indicato dall’impresa utilizzatrice.

Per quanto riguarda il numero di apprendisti che possono essere assunto in somministrazione dall’Agenzia per il lavoro il CCNl della categoria delle agenzie non contiene alcuna indicazione, pertanto si ritiene applicabile il limite previsto dal D.Lgs. 81/2015. Conseguentemente ai sensi dell’art. 42 comma 7 del D.lgs 81/2015 il numero complessivo di apprendisti che un datore di lavoro può assumere, direttamente o indirettamente per il tramite delle agenzie di somministrazione di lavoro autorizzate non può` superare il rapporto di 3 a 2 rispetto alle maestranze specializzate e qualificate in servizio presso il medesimo datore di lavoro; tale rapporto non può superare il 100 per cento per i datori di lavoro che occupano un numero di lavoratori inferiore a dieci unita`. E` in ogni caso esclusa la possibilità di assumere in somministrazione apprendisti con contratto di somministrazione a tempo determinato.

Il datore di lavoro che non abbia alle proprie dipendenze lavoratori qualificati o specializzati, o che comunque ne abbia in numero inferiore a tre, puo` assumere apprendisti in numero non superiore a tre. Tali disposizioni non si applicano alle imprese artigiane per le quali trovano applicazione le disposizioni di cui all’articolo 4 della legge 8 agosto 1985, n. 443.

Il presente contributo ha altresì analizzato il problema riguardante l’inadempimento del datore di lavoro, in particolare l’art. 47, comma 1 del D.lgs 81/2015 stabilisce espressamente che in caso di inadempimento nell’erogazione della formazione di cui sia esclusivamente responsabile il datore di lavoro e che sia tale da impedire la realizzazione delle finalità del contratto è previsto l’obbligo di versamento della differenza tra la contribuzione versata e quella dovuta con riferimento al livello di inquadramento contrattuale superiore che sarebbe stato raggiunto dal lavoratore al termine del periodo di apprendistato maggiorata del 100% con esclusione di qualsiasi altra sanzione per omessa contribuzione.

Infine l’opera contiene un ampio excursus giurisprudenziale in tema di apprendistato al fine di fornire agli addetti ai lavori un’ analisi di questa tipologia contrattuale il più aderente possibile con la realtà economica e sociale del nostro Paese.

Giulia Cauduro “Il contratto di apprendistato” – Exeo Edizioni aprile 2016